Diventare amici di sé stessi.

«Cosa fatta capo ha»

(Proverbio)

Volersi bene è una delle attività più difficili. Questo, non solo per l’educazione, che spesso lo ha confuso con l’egoismo, ma anche per i normali problemi infantili che, con la crescita, hanno comportato la convinzione di avere dentro qualcosa che non va bene, da nascondere e da reprimere.

Non di rado si aggiunge anche l’antipatia per i prepotenti, anche qui confondendo questo comportamento con il volersi bene. Quale che sia il motivo personale, ciascuno sa, sulla propria pelle, che non è facile stimarsi ed “accettarsi” per quello che si è. Ho messo tra virgolette l’accettarsi, perché comporta comunque una nota negativa, quasi come se chi si accetta debba essere un po’ rassegnato a non poter sperare di poter essere migliore.

Volersi bene non è egoismo, e non è rassegnarsi: volersi bene è essere convinti che il miglior amico che possa esistere sia sé stesso. “Gli amici si vedono nel momento del bisogno”: chi sa volersi bene sa di poter contare su sé stesso, soprattutto nel momento del bisogno.

Per questo, si tratta di costruire “scientificamente”, con prove e controprove, la convinzione di essere il miglior amico di sé stesso. Il metodo migliore consiste nel confronto periodico, per qualche anno, con un saggio.

Nel mio caso, è stato uno psicanalista che, col pretesto dell’analisi dei sogni, mi ha condotto per mano alla scoperta di quanto non conoscevo di me stesso, il cosiddetto “inconscio”: me lo ha fatto conoscere, e siamo diventati amici. Così amici che, quando sono stato operato d’urgenza per tre by pass cardiaci, l’anestesista mi ha chiesto come avessi fatto ad essere così tranquillo durante tutta l’operazione ed anche al risveglio, che è avvenuto in modo naturale, senza che fosse necessario ricorrere alla scossa elettrica per far riprendere il battito. Ma io sapevo di poter contare su di me, ed ero sereno.

L’analisi dei sogni è il metodo inventato da Freud, ma non è l’unico sistema per arrivare all’amicizia con sé stessi; anzi, conosco persone che, nonostante anni di psicanalisi, sono rimaste fondamentalmente ostili a sé stesse. L’importante, invece, è il confronto con un saggio, con una persona che sia amica di sé stessa. Soprattutto all’inizio, infatti, è facile imbrogliarsi da soli, perché la convinzione di avere qualcosa che non funziona è radicata da troppo tempo: occorre un amico, un maestro, o un professionista. L’importante è la stima reciproca e l’intenzione di essere di aiuto.

Il tema principale del confronto, che in casi eccezionali può anche essere tema di meditazione individuale, è la frase del sottotitolo: “cosa fatta, capo ha”. In altri termini, in ogni tua scelta la componente inconscia ha collaborato, ed ha cercato, dal proprio punto di vista, qualcosa che fosse un bene per te: qualsiasi cosa tu abbia fatto, c’era un motivo, anche inconscio, ed era un motivo che tifava per te. Il problema diventa capirlo: cosa voleva il tuo inconscio? Lo studio va svolto in modo scientifico, perché non basta la prima risposta che viene in mente: occorre anche una dimostrazione che possa essere valida anche per altri episodi, tenendo presente che le eventuali contraddizioni che dovessero emergere vanno sempre risolte, e l’aiuto del confronto con un saggio, qui, diventa determinante.

Nel caso non sia possibile il confronto, è utile riflettere per iscritto, tenendo una specie di diario di questi episodi, con relative spiegazioni dimostrate: la costanza in questa attività sarà premiata. Ogni giorno, si dedica una decina di minuti (meno dello 0,7% della giornata!) alla costruzione dell’amicizia con sé stessi. Si recupera il ricordo di un episodio in chi abbiamo commesso un’azione indesiderata o dannosa o pericolosa, e si cerca di capire cosa potesse nascondersi sotto, quali intenzioni potesse avere l’inconscio per cercare qualcosa di positivo, anche se poi le cose non sono andate come avremmo voluto. Tutto questo va scritto, in modo da poterlo riprendere in seguito, quando si ripetesse qualcosa di simile, per poter approfondire e modificare.

Questo metodo “dà assuefazione”. Infatti, se all’inizio il lavoro appare pesante, e spesso si rischia di dimenticare di svolgerlo, succede che via via diventa sempre più efficace e anche più facile, e si radica da solo nelle abitudini. Ci saranno i periodi di semina, in cui si lavorerà con entusiasmo, ed i periodi di crescita, in cui si farà più fatica: l’importante è non arrendersi, perché nel giro di qualche anno (i grandi risultati non sono mai immediati) ti troverai il miglior amico che abbia potuto immaginare, sempre con te, a sorreggerti e ad aiutarti a superare le difficoltà.

La strada non è semplice: sono pochi coloro che riescono ad essere veri amici di sé stessi, perché occorre tempo e l’inizio è in salita ripida. Per questo è fondamentale la motivazione: riuscirai ad essere amico di te stesso solo se questo obiettivo è tra i tuoi sogni più importanti. Da parte mia, posso solo dirti che ne vale la pena!

Pubblicato da

Alessandro Zucchelli

vedi www.sanzuc.it

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