La storia di Free

«Bisogna essere liberi dentro, per poter essere liberi anche fuori»

(A.Z.)

Questa, come la favola della Ghianda, è una storia che racconto spesso durante il rilassamento di chi si rivolge a me. È praticamente la proposta di un sogno, dove il simbolismo è più importante del realismo: per questo ti invito a leggerla lasciandoti andare ad immaginare.

Il nome del protagonista è lo stesso di chi ascolta, ed anche il genere è il medesimo. Qui, dovendo scegliere, propongo una bambina: i maschi sappiano che vale anche per loro. Per il nome, ho preferito la traduzione inglese di “libera”, “disponibile” per indicare l’atteggiamento finale nei confronti della vita.

C’era una volta Free, una bambina che non aveva ancora compiuto i cinque anni: era molto simpatica e anche molto volitiva, tanto che i grandi dicevano che era cocciuta, e la rimproveravano, ma lei rimaneva convinta che non era il caso di cambiare sistema. Sapeva di avere molti difetti, perché riceveva molte sgridate, ma sapeva anche di essere ancora piccola, e confidava di diventare brava e buona grazie alla sua tenacia. Ogni volta ce la metteva tutta, si impegnava davvero, e ogni volta, in un modo o nell’altro, combinava un guaio e veniva ripresa, come se tutti fossero convinti che non sarebbe mai uscito nulla di buono da quella bimba… allora Free, con i lacrimoni, chiedeva scusa, si prendeva la colpa, e cercava in cuor suo di migliorare.

Fu così che, senza sapere bene perché, si ritrovò alla linea di partenza di una grande maratona: gente dappertutto, pronta a correre, e tutti più grandi di lei. Piccola, tra tanti adulti che si chiedevano cosa ci facesse lì una bambina così piccina, Free pensava solo che voleva arrivare per prima, e non si lasciava distrarre: in punta di piedi, osservava il mossiere aspettando che desse il Via! E quando il momento arrivò, fu la prima a scattare, superando molti degli adulti che non erano così attenti.

Poi… la raggiunsero. Free vedeva le gambe lunghe dei grandi che con un solo passo le passavano davanti, e tutte le volte che qualcuno la superava era una fitta di dolore al cuore, che Free trasformava subito in un motivo per resistere e correre di più. Ad uno ad uno, tutti i podisti le passarono davanti, mentre Free si concentrava e confidava nella propria resistenza.

Ormai era l’ultima. Tutti davanti, sempre più lontani. Free strinse i denti, chiuse i pugni, chinò la testa, raccolse le sue energie, e continuò a correre, senza pensare ad altro che ad arrivare. La strada davanti era sempre più vuota, i podisti sempre più distanti, qualche bottiglietta abbandonata per terra, gli spettatori se ne andavano, nessuno si accorgeva di lei, ma lei non vedeva, non sentiva, e correva a testa bassa.

Quando arrivò al traguardo, era tutto finito: qualcuno cominciava a pulire, non c’era più nemmeno la linea bianca per terra. Mentre la accompagnavano a casa le hanno detto qualcosa sui bambini troppo piccoli e troppo testardi, che non vogliono ascoltare i grandi, ma Free pensava alla sua corsa, ed ormai era decisa e carica. Ciascuno di quelli che l’avevano sorpassata, aveva lasciato un segno, una ferita, un giudizio, ma anche, nel profondo, l’impegno di riuscire. Sapeva di essere piccola, debole, con tanti difetti, ma sapeva anche di poter contare sulla propria tenacia.

Da quel giorno, la sua vita divenne la maratona, la SUA maratona. Denti stretti, pugni chiusi e testa bassa, un impegno totale e assoluto per raggiungere quelli che sono più bravi di lei. Tutto era diventato la sua corsa: denti stretti, pugni chiusi, e testa bassa, convinta di essere incapace e di poter riuscire solo con l’impegno, con lo sforzo, senza arrendersi mai.

Passarono giorni, settimane, mesi, anni. Free divenne ragazzina, adolescente e donna. Ma era sempre impegnata nella sua maratona, sempre a denti stretti, pugni chiusi e testa bassa. Per lei, ogni sbaglio era colpa sua, ogni successo dovuto solo al caso o alla benevolenza degli dei, convinta che solo con il suo impegno costante e con la sua tenacia inflessibile fosse possibile evitare il disastro.

Ormai cominciava a sentire la stanchezza: era una vita che correva, denti stretti, pugni chiusi e testa bassa, e sentiva il desiderio di rallentare. Ma, da una parte l’impegno preso con se stessa, dall’altra il timore di dover ammettere di essere una fallita, di essere proprio incapace, le impedivano di staccare. Forse per questo indebolimento, quando incontrò un amico capace di ascoltare, adagio adagio cominciò a vuotare il sacco, a dire, per la prima volta, qualcuno dei suoi timori e delle sue preoccupazioni.

L’amico ascoltava: Free non aveva mai parlato così tanto di se stessa e, mentre parlava, si accorse che i pensieri per la prima volta prendevano un ordine più logico. L’amico, con qualche domanda, aiutava a chiarire i particolari più importanti, a far emergere i ricordi, a mettere a fuoco meglio le sequenze. Poi l’amico le chiese di verificare se fosse così vero che era proprio l’ultima. Free non voleva. Temeva di dover constatare il fallimento definitivo. L’amico insisteva, e a questo punto Free si rilassò, alzò la testa, e vide che davanti a lei c’era il medesimo vuoto della maratona, il deserto, nessuno! In fondo, lo sapeva che era proprio l’ultima, e se la prese con l’amico che, per amor di verità, le aveva tolto l’ultima illusione, e le venne da piangere: avrebbe voluto strozzarlo. L’amico, allora, la invitò a voltare lo sguardo, a guardare indietro. Free fece molta fatica ad accettare il suggerimento, ma si sforzò, e vide solo un gran polverone molto ma molto distante da lei.

L’amico le spiegò che si trattava dei suoi podisti, di quelli che era convinta fossero davanti e che, invece, erano rimasti molto, ma molto indietro. Non le fu facile accettarlo: gli anni passati a rincorrere, a sforzarsi per non cedere, convinta di essere l’ultima, le rendevano difficile riconoscere di aver superato tutti. Eppure era evidente: ormai, era in grado di svolgere qualsiasi attività le occorresse, sapeva imparare con facilità, e non commetteva più errori; era richiesta ed apprezzata per le sue capacità, e tutti le facevano i complimenti, anche se Free si ostinava a pensare che fossero solo per gentilezza e per non farle pesare i suoi difetti.

Ci volle più tempo, ma finalmente ammise a se stessa anche di non essere più la bambina che deve sforzarsi per compiere il proprio dovere: riconobbe di essere adulta a tutti gli effetti e che le capacità degli adulti le erano così congegnali che ormai le venivano spontanee, senza doversi chiedere di far ricorso alla forza di volontà.

Finalmente, le doti originarie, e quelle acquisite con tanto autocontrollo, si liberano progressivamente, e Free può accorgersi che non ci sono gare, non ci sono primi o ultimi, ma tutti possono dare il meglio di se stessi quando arrivano alla pace interiore.

Pubblicato da

Alessandro Zucchelli

vedi www.sanzuc.it