I “colpevoli” e i “cattivi”

«Chi giudica non capisce: chi capisce non giudica»

(A. Zucchelli)

Sulla tua pelle lo sai perfettamente: sei profondamente buono, anche se a volte ti scappa di far del male a qualcuno, la maggior parte delle volte senza volerlo, e qualche volta anche decidendolo, perché si tratta di difendere qualcuno, te stesso, o, più spesso, altre persone più deboli. (Per comodità, parlerò al maschile, ma riferendomi ad entrambi i generi, senza distinzione)

Invece, quando si tratta degli altri, diventa quasi istintivo giudicare, e pensare alla bontà o alla cattiveria, come se fosse congenita nella natura della persona di cui si parla. Questo fenomeno, di attribuire una caratteristica sola all’intera personalità delle persone, accade per la prima volta quando si è molto piccoli, nei confronti dei genitori. Per tutti i figli, durante l’infanzia, i genitori sono angelici: costitutivamente buoni, fanno solo del bene, in modo così spontaneo e naturale che è anche inutile ringraziare, perché fa parte della loro natura. Poi, crescendo, i figli si accorgono che i genitori possono anche diventare diabolici: decidono di fare il male dei figli, con competenza e precisione. Infine, quando questi figli diventeranno genitori, si accorgeranno che fare il bene costa sempre e non è così spontaneo come sembra, e fare il male è qualcosa che non si vorrebbe fare mai, ma non sempre si riesce ad evitarlo.

Lo stesso succede nella coppia. Durante l’innamoramento, il partner appare angelico, come se fosse la bontà in persona, comprende tutto, è disponibile a tutto, si adatta a tutto. Teoricamente, col tempo, dovrebbe essere possibile accorgersi dell’umanità reciproca, e rendersi conto che ciascuno fa fatica ad essere buono e, se fa del male, non lo fa apposta. Invece, soprattutto quando interviene la separazione, ma anche in molte coppie “stanche”, il partner diventa progressivamente, sempre più diabolico, venendo percepito come se deliberatamente costruisse strategie per distruggere la persona con cui vive.

Nel conflitto, si tende a radicalizzare i difetti del partner o dell’ex partner, condensandoli in tre grandi categorie, pur con tutte le sotto-variazioni sul tema: “è cattivo” e “è falso“, “è deficiente“. Non si direbbe, ma la terza, di fatto, è la più gentile, perché non allude a colpe, anche se non ammette speranze. Nella categoria della “deficienza” rientrano le accuse di avarizia, di pignoleria, di incapacità di comprendere i problemi dei figli, e tutti i comportamenti che, pur disturbando, non possono essere imputati ad un tornaconto da parte di chi li esercita. Dato che si tratta di caratteristiche non soggette a cambiamento, ci sarebbe da chiedersi come mai non siano state prese in considerazione prima di sancire il contratto di matrimonio o la convivenza: è, invece, evidente che, quando si mirava ad una vita di coppia, si pensava di potersi adattare reciprocamente e che, col subentrare della crisi, le caratteristiche del partner diventano pretesti per giustificare la difesa nei suoi confronti, anche se non necessariamente la separazione.

Quando nel conflitto si arriva a far riferimento ad una delle due caratteristiche, della cattiveria e/o della falsità, si perdono molte speranze di mediazione, perché sono accuse che non ammettono dialogo. In base a queste, si può arrivare allo sdegno estremo: «lo sapevo che sei crudele, ma non immaginavo arrivassi a fingerti buono per poter ingannare così bene la CTU!». Naturalmente vale anche per l’accusa di falsità a chi simula la sincerità riuscendo ad ingannare anche il tribunale, il mediatore, o chiunque altro cerchi di definire un dialogo.

L’errore logico fondamentale sta nel prendere in esame un solo comportamento, evidenziandone l’aspetto che interessa, e definendo la persona che l’ha messo in pratica come se fosse la l’unica sua caratteristica. «Hai detto una bugia? sei bugiardo» «Mi hai dato una sberla? sei cattivo». Tutta la vastità della personalità condensata in un aggettivo. Si è talmente abituati a questo modo di riassumere le personalità, che qualcuno potrebbe ritenere si tratti di piccoli dettagli trascurabili, invece coinvolgono il modo di pensare, e di conseguenza, le azioni.

La vita emotiva influenza il pensiero soprattutto in questo modo, convincendo che gli amici siano solo buoni, e i nemici siano solo cattivi: spesso questo modo di pensare si estende addirittura alle scelte elettorali, anche se siamo tutti convinti che sarebbe opportuno scegliere in base al ragionamento e non all’emozione. È significativo che questo metodo non viene usato, invece, quando si tratta di acquistare un’automobile, o comunque qualcosa di costoso: anche se è chiaro quello che piacerebbe emotivamente, la scelta viene elaborata prendendo in considerazione tutte le caratteristiche degli oggetti simili a quello da acquistare e scegliendo quello più conveniente.

Con le persone è facile perdere l’aiuto del pensiero e, proprio per questo, le relazioni si complicano: prendendo in considerazione una sola caratteristica, positiva o negativa, si compiono errori di strategia che finiscono per confermare le predizioni. Se ritengo che una persona sia cattiva, finirò per avere nei suoi confronti un comportamento quanto meno difensivo, motivo per cui questa persona, quali che siano le sue intenzioni, finirà per reagire in modo ostile, confermandomi la predizione e convincendomi da avere un ottimo intuito nel valutare le persone. Va notato che, se una persona ha realmente intenzioni cattive nei miei confronti, questa baderà a non farmele vedere, proprio per ottenere il suo obiettivo che, una volta raggiunto, mi convincerà come “non ci si possa fidare nemmeno degli amici“. Tutto questo, proprio per l’approssimazione di ridurre la personalità a poche caratteristiche, lasciando così che l’emotività influenzi il pensiero.

Per questo, quando cominciano a comparire gli equivoci ed i fraintendimenti, sarebbe utile cercare un confronto, e sceglierlo bene. Istintivamente, quando si parla con amici di problemi di questo genere, si tente a coinvolgerli in un lavoro di arbitrio e di giudizio. Si riportano dati e fatti apparentemente obiettivi, e si chiede di pronunciarsi su quanta ragione e quanto torto si possa avere rispetto alla relazione in esame. Col risultato di convincere l’amico a darci ragione, e quindi a rafforzare gli equivoci. L’amico che può aiutare, invece, è quello che rifiuta di essere arbitro e, soprattutto mediante domande, insiste nel mettere in dubbio le convinzioni ed i pregiudizi che si sono formati all’interno della relazione: lavoro tutt’altro che facile, tanto che da decenni esistono percorsi di formazione a questo compito, organizzati dalle scuole di MEDIAZIONE.

Essere mediatori, tra coniugi, tra separati, o anche in ambito lavorativo, è un compito arduo, e per ora poco richiesto, proprio perché l’intenzione individuale è cercare piuttosto chi ci dia ragione. Quando due coniugi litigano, e uno dei due propone di ricorrere ad un mediatore, viene quasi sempre percepito come quello che cerca un appoggio per potersi imporre, e quindi la richiesta viene troppo spesso rifiutata. Tuttavia, la mediazione è lo strumento che da sempre permette di superare il conflitto e, dato che la guerra è sempre più costosa della pace, anche per chi vince, è importante che si diffonda la mentalità del ricorso non al giudice, ma alla persona che sappia recuperare la comunicazione, evitando in tutti i modi di coinvolgersi o di parteggiare.

Pubblicato da

Alessandro Zucchelli

vedi www.sanzuc.it