Cappuccetto Rosso va da Freud

«I bambini non ricorderanno se la casa era lustra e pulita, ma se leggevi loro le fiabe»

(Una Nonna)

B. Bettelheim propone, nel suo volume “Il mondo incantato“, di interpretare le fiabe come se fossero sogni, secondo la teoria della psicanalisi: un esercizio interessante che aiuta a tesororicavare dai brani trasmessi dalla tradizione meravigliosi tesori di saggezza. Questa volta propongo l’analisi di Cappuccetto Rosso, nelle versioni di C. Perrault e dei fratelli Grimm. Per chi non lo ricordasse, riporto qui il testo integrale di entrambe le versioni. Noterò con (P) il riferimento al testo di Perrault e con (G) quello ai fratelli Grimm. Non dimentichiamo che, comunque, entrambi gli autori fanno riferimento alla tradizione popolare, e non sono gli inventori della fiaba, ma si limitano a riproporla in modo letterariamente corretto, senza pensare nemmeno lontanamente ai significati che vedremo qui.

La fiaba si articola su tre simboli: il Cappuccetto Rosso, il Lupo ed il Cacciatore. Mamma e nonna, invece, possono rappresentare le persone reali nel rapporto con la bimba che ascolta. Naturalmente, chi racconta la fiaba è come chi sogna: non conosce e non Fiaba.jpgimmagina la portata del simbolismo, ma, nel caso della fiaba, la ripete soprattutto perché, quando l’ha ascoltata da piccolo, ha avvertito un messaggio utile, e desidera tramandarlo con amore alle generazioni future.

Il primo simbolo che si incontra è quello del Cappuccetto Rosso. Entrambe le versioni notano quanto piaccia alla bambina, tanto da non voler portare altro; mentre (P) dice che è un dono della madre, e (G) parla di un regalo della nonna, di velluto rosso.

Il secondo simbolo fondamentale è il Lupo. Viene incontrato nel bosco, parla e fa subito lupoamicizia con la bimba, come se la conoscesse, tanto che in (G) la chiama subito per nome. Per (P) suggerisce una strada più lunga, mentre per (G) è lui che suggerisce alla bimba di fermarsi a guardare i fiori. Comunque, il Lupo, saputo dalla bimba che va dalla nonna, precede Cappuccetto Rosso, si mangia la nonna in un boccone, e la sostituisce sotto le coperte per aspettarla. In entrambe le versioni, la meraviglia della bimba alla vista della nonna/lupo, si esprime nella famosa sequenza delle orecchie grandi, degli occhi grandi, e della bocca grande, per mangiarla meglio, anche lei in un boccone.

Infine, interviene il simbolo del Cacciatore che, con un coltello per (P) o con le forbici, cacciatore2dopo aver rinunciato ad usare lo schioppo, per (G), apre la pancia e libera nonna e nipotina, che ne escono vive e vegete. Per (P) il Lupo muore ucciso dal cacciatore, mentre per (G) nonna e nipote riempiono la pancia del Lupo con pietre così pesanti che, scappando, cade e ne muore.

Anche l’ambiente è simbolico: il bosco che, per questa bambina, è noto. Nei tempi passati, i boschi erano più frequenti nella vita dei bambini, ed erano pericolosi, perché era facile smarrirsi, in quanto si perdeva facilmente l’orientamento. bosco2Per questo nelle fiabe il bosco rappresenta un periodo di confusione, di incertezza, di cambiamento. Qui, la bimba conosce bene il bosco: vuol dire che il riferimento alla vita reale è ad un periodo problematico, come potrebbe essere l’adolescenza, raccontata ad una bimba in età scolare o precedente.

La chiave della fiaba, dal punto di vista dell’interpretazione psicanalitica, è il Lupo, così umano da rappresentare qualcuno in carne ed ossa. La contraddizione tipica delle fiabe sta nel fatto che il Lupo non si mangia subito la bambina: sono soli, senza testimoni, se il suo scopo fosse mangiarla, perché rischiare il cacciatore a casa della nonna? Non la mangia subito, perché la protagonista è la bambina, che non è ancora pronta per essere mangiata: (G) spiega che, in seguito all’incontro col Lupo, diventa romantica, e decide di raccogliere i fiori più belli per la nonna. E poi, questo Lupo inghiotte in un boccone, senzalupo1 masticare e senza distruggere. Un indizio arriva dai particolari grandi: gli occhi grandi, le orecchie grandi, per (G) anche le braccia grandi: «per vederti meglio, per ascoltarti meglio, per afferrarti meglio». Chi aveva queste attenzioni per la bimba, e non era né la mamma né la nonna? Ben nascosto, con la delicatezza tipica della fiabe, che spiegano dolcemente i misteri della vita, ecco, sotto il simbolo del Lupo, la figura paterna nella sua veste edipica.

Quando la bimba aveva circa tre anni, l’innamoramento per il padre era profondo, si sentiva amata, apprezzata, abbracciata, e nel suo sogno avrebbe voluto essere una cosa elettrasola con papà così grande… così una cosa sola da esserne mangiata. Al momento, quando questa emozione era così intensa da essere scambiata per reale, a tre anni, la bimba ha reagito, spaventata, inventando il pensiero critico e cominciando a rifiutare il proprio istinto, iniziando quel processo di dicotomia tra pulsione e dovere che accompagna ogni adulto che non sia pazzo.

La fiaba riprende quel momento drammatico, e ne affronta una conseguenza tra le più frequenti: non per tutte le bimbe, infatti, il periodo edipico si è risolto completamente, e la fiaba si rivolge a quelle che sono rimaste legate a questo sogno, di essere amate così peynettanto da essere mangiate, da perdere la loro autonomia e restare vincolate all’uomo in modo dipendente. Proprio come la nonna che, evidentemente, non è la mamma della mamma, altrimenti starebbe con la famiglia, e che ha amato tanto il figlio, il papà della bimba, da accettare la solitudine una volta vedova per non disturbarlo. Va notato che, ai tempi di Perrault, XVII secolo, questa era la sorte delle vedove che non avevano figlie.

Il modo con cui la fiaba indica chi sia la protagonista, quale sia la bimba cui si rivolge, sta proprio nel soprannome, il Cappuccetto Rosso. Se la dotazione ormonale congenita è alta, cappuccettoRosso1e quindi la pulsione sessuale è vivace, è frequente che la bambina impari a scaricarla da sola, provocandosi degli arrossamenti, perché non riesce ad impedirsi di ripeterlo tanto le piace, come il Cappuccetto Rosso per la bimba protagonista. Ed è facile che le fantasie collegate a questa attività assomiglino a quelle originarie del dramma edipico e a quelle dell’essere mangiata dal lupo. Col nome così azzeccato, la fiaba non insegna a chi non sa, ma indica a chi sa che i sensi di colpa che prova non hanno motivo di essere, tanto che il cappuccetto resta rosso fino alla fine, senza né condanne né proponimenti di non portarlo più.

Invece, l’invito della fiaba è quello di rinunciare al sogno dell’essere mangiata, rinunciare al lupo: ci sono buoni cacciatori in grado di liberare dal sogno di restare soffocati dall’amore, e prima o poi salteranno fuori. (P) conclude con i festeggiamenti al coraggioso, mentre cacciatore3(G) racconta che il cacciatore si prende il trofeo del lupo: l’obiettivo è comunque destare l’attenzione della bambina verso l’eroe vero invece che verso il padre che ne limiterebbe la crescita e la maturazione. Non dimentichiamo che, ai tempi di chi ha scritto queste fiabe, il cacciatore era un eroe buono che procurava il cibo senza uccidere i suoi simili.

In sintesi, quindi, la fiaba dice che se una bimba ha il Cappuccetto Rosso, allora è facile che sogni di diventare come la nonna, di imparare un amore che è annullamento e soffocamento per l’uomo. Ma, se sta attenta, potrà accorgersi che ci sono anche uomini coraggiosi, entusiasmanti ed in grado di salvarla per permetterle una vita libera.

Pubblicato da

Alessandro Zucchelli

vedi www.sanzuc.it

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