Anche l’affetto può far male

«È meglio amare con severità, che ingannare con dolcezza»

(François des Rues)

Ti propongo un piccolo esperimento alla portata di tutti. Vai su Google e cerca “pubblicità anni 40“, quindi seleziona “immagini“. A questo punto conta quante pubblicità riguardano prodotti per bambini o rappresentano bambini. Poi, ripeti lo stesso percorso pubblicità 3per gli anni 50, 60 e 70: puoi accorgerti dell’aumento significativo, anche su un termometro così approssimativo come quello che ti ho proposto.

Fin dal 1908 la dottoressa M. Montessori aveva pubblicato sull’importanza di mettere i bambini al centro dell’attenzione, ed aveva ideato le “case dei bambini“, dove tutto era su misura dei piccoli. Tuttavia, era troppo avanti con i tempi per avere successo su vasta scale: ha comunque contribuito alla preparazione del cambiamento della mentalità che sarebbe cominciato al termine della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1946, il dottor B. Spock pubblicò il libro «Common Sense Book of Baby and Child Care», che ebbe un successo enorme, insegnando alle madri a non essere autoritarie, praticamente aprendo la porta all’affetto nei confronti dei piccoli. Infatti, fino ad allora, le teorie educative più diffuse parlavano dell’importanza del sacrificio e dell’allenamento al dolore, e anche le fiabe, come Pollicino o Hansel e Gretel, erano sul medesimo tema.

La grande rivoluzione sociale che ha seguito la Seconda Guerra Mondiale ha comportato un maggiore benessere e una migliore salute, con conseguente riduzione della mortalitàAlberoNatale infantile: tutto questo ha permesso di affezionarsi ai piccoli e di cambiare radicalmente in tempi brevi il modo con cui educare. Nel giro di una generazione, l’affetto ha sostituito l’autoritarismo, e la vita dei figli è cambiata totalmente. Per esempio, mentre ancora negli anni ’50 occorreva aspettare Natale per avere un vestito nuovo, già negli anni ’60 era sufficiente esprimere un desiderio per vederlo realizzato.

L’affetto è così diventato un dovere, un principio nella relazione con i figli. Oggi è indiscutibile, si dà per scontato che l’affetto faccia solo del bene, che debba essere dato a piene dosi, anche se nessuno si preoccupa di sapere se quello che sta dando sia proprio affetto o altro. L’affetto, come l’amore, è uno di quei concetti che mette in pace la coscienza: se sono convinto di agire per amore o per affetto, non importano le conseguenze, perché so che sono disinteressato, almeno apparentemente, e so che sto facendo fatica per non essere egoista. Quindi, se chi è destinatario del mio affetto non sta lavoroMinorilebene, non è certo colpa del mio affetto, e non mi metto in crisi.

Di fatto, l’affetto non fa stare male subito, ma le conseguenze ci sono, come si è visto sul mangiare. In passato i bambini soffrivano la fame, ci si toglieva il pane di bocca per loro, e sembrava che il cibo non bastasse mai. Poi, col benessere, i figli sono stati rimpinzati di ogni leccornia, pensando che mangiare facesse solo bene, ed ora si conoscono le conseguenze di una alimentazione eccessiva, perché anche l’eccesso fa male. Così per l’affetto: per i nostri bisnonni l’affetto era vietato, era viziare i figli e, comunque, non si avevano i mezzi per fare diversamente. Oggi si crede di poterlo dare a piene mani e, se ci si sente in colpa, si recupera dandone di più.

Intanto, compaiono comportamenti nuovi nell’adolescenza, comportamenti che in passato non esistevano, e per i quali la tradizione, ma anche la scienza, fa fatica a dare risposte. La matrice di questi comportamenti può essere ricondotta ad una forma di Hikikomori2isolamento, anche se non totale: i giapponesi l’hanno chiamata sindrome di Hikikomori. Grazie alla tecnologia, molti giovani trascorrono giornate ad ascoltare musica, o a giocare ai videogiochi, o sui social. Mentre per alcuni tutto questo fa parte degli strumenti per allargare i contatti sociali, per molti, in aumento, questi strumenti diventano surrogati dei contatti sociali, sempre più filtrati e quindi meno naturali.

La caratteristica principale del videogioco è di essere trasparente nel riconoscimento delle abilità: mentre gli umani, genitori e insegnanti, reagiscono molto in base alla loro emotività, il videogioco riconosce obiettivamente i progressi fatti, e lo esprime con punteggi gratificanti e anche con scene trionfali per il vincitore. La musica filtra il rapporto umano: l’artista che suona lo fa per il pubblico, in un momento di piena disponibilità affettiva. I social permettono di scegliere solo gli amici che approvano, vittoriavideogiocoevitando quelli che criticano. In altri termini, la richiesta al mondo virtuale, da parte degli adolescenti che vi si isolano, è una richiesta di affetto e di riconoscimento.

Quell’affetto, rilasciato dagli adulti in dosi massicce durante l’infanzia, e che non è più potuto essere dato nelle età successive, sta quindi alla base di questi isolamenti sociali, in cui il lavoro viene considerato solo come una punizione. Da notare che i videogiochi costano fatica, ma non vengono affrontati per avere denaro, bensì per avere affetto e riconoscimento di bravura. Il problema maggiore dell’affetto, infatti, è che comunque non potrà essere dato per sempre nelle dosi iniziali: l’affetto consiste principalmente in una promessa di protezione e, se il neonato gradisce una protezione assoluta, per l’adolescente, che mira all’autonomia, la protezione diventa fastidiosa. Tuttavia, le indigestioni infantili di affetto hanno dato assuefazione, e all’adolescente, che sente la spinta verso l’indipendenza, manca il piacere del sentirsi riconosciuto ed amato, per cui lo cercamamma sempre di più nel mondo virtuale.

Se osserviamo la storia “affettiva di questi adolescenti, troviamo spesso che nei primi anni di vita c’è stata molta abbondanza di coccole e di attenzioni. Soprattutto se c’è stata qualche difficoltà, come la separazione dei genitori, è facile che ci sia stata una gara a chi ne dava di più, soprattutto per evitare di sentirsi in colpa. Poi, con l’età scolare, queste dosi sono progressivamente diminuite: i bambini cominciano a creare problemi, e gli adulti hanno cominciato a perdere la pazienza e a urlare invece che dare affetto, magari poi arrivando a cercare il perdono, con regali o abbracci. Con l’adolescenza basta poco perché la dinamica affettiva si capovolga: il ragazzino si ribella, va male a scuola, e l’affetto viene sostituito da sgridate e colpevolizzazioni. Diventa chiaro che la via più semplice per sopravvivere resta quella dell’affetto virtuale, spesso in un circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, perché la richiesta di affetto aumenta, mentre genitori e scuola, con i rimproveri, spingono sempre di più verso il virtuale.

bandaBulliNaturalmente, l’evoluzione della ricerca d’affetto verso il mondo virtuale non è la sola, anche se la più frequente. L’aggregazione in bande e la tossicodipendenza sono spesso altre forme di compensazione per la carenza affettiva generata dagli eccessi infantili… ma di questo parleremo in altre occasioni.

La prevenzione è quindi la via più sicura: troppo spesso i genitori che non andrebbero d’accordo si dedicano ai figli dando più affetto di quello che serve, ed allontanandosi tra loro, senza sapere che in questo modo li stanno condannando alla compensazione virtuale. Occorre quindi una cultura che insegni che l’affetto non fa solo bene, e non va dato per “buon senso”, ma solo quando serve, come le medicine.

Se, invece, ci si accorge del problema durante l’adolescenza, allora il primo passopsicoterapia1 consiste nel mettere in crisi la propria capacità genitoriale, mediante il confronto con un esperto: da soli, è impossibile correggere i propri errori, ma, con la guida di una persona esperta, qualcosa si riesce a fare, sapendo che più presto si interviene, e meno sarà difficile il recupero.

Pubblicato da

Alessandro Zucchelli

vedi www.sanzuc.it

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