L’arte del compromesso

«Il compromesso è l’arte della leadership e i compromessi si fanno con gli avversari, non con gli amici»

(N. Mandela)

Logica e compromesso non vanno d’accordo: per la logica, due più due non riesce che a leggefare quattro. Il pensiero consapevole è strutturalmente logico: fin da piccoli, il senso di giustizia sembra innato, e la rigidità logica viene spesso confusa con l’ingenuità: «perché tu non hai i capelli bianchi come la nonna?».

Come già notava E. Kant, il legame tra la causa e l’effetto sta nel pensiero, e non nella realtà: è il pensiero umano che è logico, non la realtà. Il motivo per cui i giovani imparano più facilmente ad utilizzare gli strumenti informatici, è proprio perché il loro pensiero è logico, non ammette eccezioni; mentre chi ha esperienza di vita ha imparato a superare la logica con altri strumenti molto più difficili da insegnare, generalmente compresi nel concetto di «buon senso».

Il pensiero è più lineare se deve scegliere solo tra due alternative, tra bianco e nero, tra buono e cattivo: risparmia le fatiche del calcolo. Il guaio è che si comincia a pensare in modo logico fin da piccoli, e ci si specializza sempre di più, convincendosi sempre di più che sia la realtà ad essere logica. Invece, di logico, nella realtà, c’è Lavoisiersolo la chimica e la fisica, ma sono stati necessari millenni perché venissero inventate, la fisica con G. Galilei e la chimica con A. Lavoisier: già sulla meteorologia ci si può accorgere come la realtà non sia facilmente imbrigliabile nelle regole della logica. Se poi ci spostiamo sulle altre cosiddette scienze, ci accorgiamo che la logica aiuta fino ad un certo punto, dopo di che deve subentrare l’esperienza, pur con le debite cautele. A maggior ragione, quando si fa un ragionamento: non si va mai a verificare la correttezza della logica applicata, e si dà per scontato che sia razionale semplicemente perché siamo d’accordo con le conseguenze.

Quando si discute si è convinti di avere ragione, e che il fondamento della nostra ragione sia la logica: si tende a pensare che chi ci dà torto, o sia meno intelligente o usi prestigiatorel’intelligenza appositamente per imbrogliare e metterci in difficoltà. D’altro canto, l’esperienza di averci provato, di usare qualche trucchetto logico per dar torto all’avversario, induce a pensare che anche gli altri usino metodi analoghi. Invece, ci si dimentica che, anche quando siamo ricorsi a piccoli imbrogli per aver ragione, di fatto eravamo convinti di averla, e che le scorrettezze servissero solo per superare l’avversario, ma non per rinforzare una tesi che ritenevamo già garantita.

Tutto questo complica notevolmente il problema della pace: per gli animali che vivono in branco, come l’essere umano, la pace è fondamentale, e si fonda sulla collaborazione agli obiettivi comuni, dove ciascuno collabora con la propria originalità. Grazie al pensiero molto più strutturato, l’essere umano riesce a vivere assieme a molti più individui, ma fa sempre più fatica nella convivenza troppo vicina. Le città sono molto più numerose delle tribù e deitribu2 branchi, ma si devono tenere distanze maggiori, proprio per la difficoltà creata dal pensiero che, ragionando, fa fatica ad accettare i compromessi necessari per vivere assieme. La tribù viveva senza proprietà, la città comporta porte chiuse a chiave per ogni appartamento.

I sistemi di accordo del passato passavano dall’autorità: compito del re, ma anche del podestà, era decidere per il popolo, così che nessuno avesse da discutere. La democrazia ha, invece, comportato il fatto che ciascuno ritenga di aver ragione, e possa pensare che hammurabigli altri non ce l’abbiano, per cui si discute molto di più del necessario, rimandando all’infinito l’operatività e l’azione, come si vede anche per i grandi problemi della politica. Così nella famiglia, per le generazioni precedenti, la soluzione più efficace consisteva nel tenere ignorante e succube la donna: nella convivenza, il maschio aveva sempre ragione e, nel caso, la imponeva anche con la violenza, come purtroppo talvolta succede ancora.

Quando prevale il pensiero, la pace diventa difficile, perché si è convinti che la logica sia unica e non si possa che pensare tutti allo stesso modo, nonostante l’evidenza di pensieri differenti, di scale di valori differenti, di usi e costumi differenti. In base al proprio pensiero, si tende a ritenere che chi arriva a conclusioni diverse sia o meno intelligente, o in mala fede. Questo vale soprattutto nei Paesi dove la religione ha avuto ruoli dominanti, proprio perché la religione comporta una sola versione del pensiero, un solo modo di pensare: nei paesi anglosassoni, dove c’è stato conflitto di religione, si ha potuto imparare la tolleranza come rispetto per il pensiero altrui, e quindi arrivarebolla a forme di democrazia e di convivenza meno conflittuali.

Nei paesi latini, la tolleranza è stata sostituita dal compromesso, come sistema per ridurre la conflittualità tra persone che sono convinte di aver ragione sul medesimo argomento mirando a soluzioni differenti. Purtroppo, il concetto di compromesso è stato minato, ancora, dalla religione, proprio perché indebolisce il dogma, proponendo accordi con chi non lo accetta. Tuttavia, il compromesso è la via della pace, alternativa al cedere. Nel conflitto c’è chi vince e chi perde: nel compromesso anche chi è più debole mantiene uno spazio, e previene la lotta, quindi trova vantaggio.

Di solito, la difficoltà maggiore nella scelta del compromesso è che arriva come una condizione di resa e non come un obiettivo: il contendente più debole finisce per accettare il compromesso non avendoci pensato prima, e quindi quasi sempre in condizioni svantaggiose, dimenticando che spesso il più forte preferisce il compromesso ad una vittoria piena perché gli costerebbe troppo.

Quindi, elencoil primo passo, di fronte ad un conflitto, è quello di valutare le probabilità di vittoria, ed impostare una gerarchia tra gli argomenti coinvolti. Che si tratti di una diatriba tra condomini, o di una discussione tra coniugi, soprattutto nel caso di una separazione o di un divorzio, è importante non illudersi, e sapere subito quali argomenti sono contrattabili, e a quali condizioni. Per chi non è abituato a pensare al compromesso, sembra che tutto sia importante al medesimo modo, e fa fatica a riconoscere a cosa può rinunciare: un aiuto può essere scrivere l’elenco di quanto viene messo in gioco, e di quanto potrebbe essere messo in gioco, e poi dare un punteggio a ciascuna voce, evitando punti uguali per voci diverse. In questo modo si stabilisce una sequenza di precedenze, e ci si accorge di quali possono essere più importanti e quali meno. Un secondo passo consiste nel dare un punteggio analogo ad ogni voce, ma mettendosi dal punto di vista dell’avversario, cercando di indovinare e sapendo che non sarà possibile averne la certezza. Infine, si può impostare il pacecompromesso decidendo cosa si è disposti a cedere pur di avere le prime voci, e cosa si vuole in cambio delle prime voci presunte richieste dall’avversario.

Riuscire a capire che il compromesso è la chiave per la pace è un grande passo avanti: permette di ridurre la conflittualità, di vivere meglio e, di conseguenza, di far star meglio anche gli altri.

 

 

 

 

 

Pubblicato da

Alessandro Zucchelli

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