La crisi dell’educazione

«Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli,  sono lanciati in avanti»

(K. Gibran)

Ogni giorno la cronaca porta alla ribalta drammi che, in ultima analisi, possono essere fabullitti risalire a problemi educativi: giovani che accoltellano i loro coetanei, che li picchiano per derubarli, vandalismi e atti di violenza. Quando il fatto riportato supera i livelli della violenza cui si è abituati, c’è regolarmente qualcuno che si alza e spiega come quest’ultimo episodio sia l’evidente conseguenza di una crisi dell’educazione e dei valori.

Ma, per parlare di crisi dell’educazione, occorre prima sapere cosa sia l’educazione: come avviene per termini come «amore» o «intelligenza», anche nel caso dell’educazione tutti si sentono in grado di parlarne e di discuterne, ma sono veramente pochi coloro che simmiasanno esattamente di cosa si tratti.

Il problema dell’educazione nasce con l’essere umano: il progresso, che non appartiene agli animali, è determinato dalla capacità di apprendere dagli altri, presenti e passati, così da risparmiare il tempo necessario alla scoperta e dell’esperienza. La differenza tra il modo di vivere dell’Uomo di Neanderthal e quello di oggi, è data dalla capacità di essere educabili di tutti i nostri antenati. Possiamo essere quindi d’accordo che «Educare vuol dire aggiornare sull’esperienza passata».

Sui sistemi per aggiornare si è scritto molto, fin dai tempi in cui si è reso necessario trasmettere i figli le competenze dei genitori: le prime scuole vere e proprie, infatti, nascono in Grecia, ed i primi educatori erano gli amanti del sapere: in greco, socrateamante = filo + sapere = sofo ⇒ i filosofi. Lo studio della storia della filosofia è la base per la comprensione dei problemi educativi, ed è quindi chiaro che il tema dei metodi e dei contenuti dell’educazione non può essere semplice: che chi ne parla senza conoscerlo, commette almeno un grave errore di presunzione.

La crisi dell’educazione, quindi, non è quella dimostrata dai pochi episodi drammatici che, comunque, rientrano nei margini di errore consentiti a qualsiasi gruppo sociale, anche se non per questo tollerabili, bensì dalla presunzione collettiva che si possa dire come si debba educare, senza averlo studiato e senza aver riflettuto sull’esperienza di chi su questo tema ha dedicato scienza e coscienza.

Questo atteggiamento, di presunzione scientifica, è recente, ed è unchimicao degli effetti indesiderati dell’accelerazione del progresso: non riguarda solo l’educazione, ma anche e soprattutto la medicina, la chimica, l’economia, la psicologia e, in generale, quelle discipline che ammettono errori non immediati. Chi sbaglia in educazione lo vede dopo anni, come avviene con l’economia, per cui gli esperti ci dicono che oggi stiamo pagando gli errori dei politici degli anni passati.

All’inizio del secolo scorso, per far conoscere il proprio pensiero era necessario scrivere – a mano! – un libro che fosse accettato dall’editore e quindi pubblicato, oppure bisognava appartenere alla selezionata categoria dei giornalisti. Poi è arrivata la radio, la televisione, internet, i social, ed oggi chiunque sappia leggere e scrivere è in grado di scambiare quello che sa cradioon quello che sanno gli altri.

Questo ha comportato la progressiva demolizione del potere del segreto, e la riduzione del mascheramento dell’ignoranza dietro ai paroloni. La democrazia del sapere è forse la più grande rivoluzione mai avvenuta, e ne siamo testimoni spesso inconsapevoli. Le nazioni che ancora censurano internet sono sempre meno, e presto tutte le persone potranno scambiarsi tutte le loro esperienze.

L’esplosione di internet è stata rapidissima: nel 1960 cominciava ad essere studiata come sistema bellico, oggi è il sistema di pace più diffuso. In meno di sessant’anni ha cambiato il modo. Facebook vede la luce nel 2004, dopo qualche anno di chat:  oggi, solo in Italia, ogni giorno, 23 milioni di persone passano da questo social, a fronte del 63 milioni di facebabitanti, più del 36%, compresi neonati e moribondi.

Questo significa che non c’è una tradizione sull’impiego dei social, non c’è ancora stato il tempo per fare esperienza su questo potentissimo mezzo di democrazia del sapere. Sicuramente, le istituzioni educative ne stanno facendo le spese: come il medico non può più ricorrere ad una terminologia eccessivamente tecnica per mascherare la propria ignoranza, e viene costretto a spiegare, così anche gli insegnanti ed i genitori, grazie ai social, sono costretti ad essere credibili. La censura non serve: i nostri figli la sanno aggirare. Serve invece aumentare il sapere, fondandolo sulla comprensione e non sui dogmi, e rinunciare al segreto, che sia per scelta o per ignoranza.

La crisi dell’educazione c’è, non per gli episodi di cronaca, che, in fondo, ci sono sempre stati, ma per l’incapacità delle istituzioni, della scuola e della famiglia, di sostenere il Barbianaconfronto con la diffusione del sapere attraverso i social. Lo so che qualcuno mi contesterebbe la parola “sapereriferita ai social. Ma quello che serve ai giovani e non è “sapere come si fa a vivere” e i social rispondono, su questo tema, in modo più chiaro e rapido che non la scuola e la famiglia. Nella maggior parte dei casi c’è una contrapposizione, invece che una collaborazione. Diventa quindi necessaria l’accettazione che, in questo settore, gli adulti abbiano ancora molto da imparare dai giovani, per poter poi trasmettere loro quanto derivato dall’esperienza. La crisi dell’educazione è la crisi degli educatori, che non sono aggiornati.

Pubblicato da

Alessandro Zucchelli

vedi www.sanzuc.it

Un pensiero riguardo “La crisi dell’educazione”

  1. Condivido quanto da lei affermato come Educatrice (lavoro in una comunità per minori) e come mamma. Mi inquieta anche una certa diffusione in rete di contenuti visibilmente falsi o falsati da una visione parziale degli eventi e dallo spirito mercenario che anima gli emissari di tali messaggi. Buona serata a lei

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