Sentirsi sbagliati

«Soltanto chi è matto non ha mai pensato di essere matto»

Questo succede perché il sentirsi sbagliati, il sentirsi matti, il sentirsi con qualcosa che non va, è conseguenza di una serie di problemi che tutti devono affrontare in tenera età, con l’eccezione, appunto, di chi è matto, perché la pazzia subentra prima di questi problemi.

La psicologia dell’età evolutiva studia proprio quanto succede in questo periodo, che va circa dai due anni ai sei, e cerca di stabilire dei nessi tra le condizioni infantili e le conseguenze nell’età adulta.

Per capire, senza dover essere esperti in materia, osserviamo la giornata di un bambino o di una bambina di tre anni: prima o poi c’è l’occasione per assistere a quello che per gli adulti si chiama “capriccio“: il piccolo, in seguito al rifiuto di un consenso, spesso insignificante, reagisce con disperazione, con pianti e lacrime. Per gli adulti è spesso una seccatura: lo sgridano, lo sopportano, lo accontentano.

Ma per il piccolo, è un dramma. Da poco, proprio in seguito a quei problemi che deve affrontare per crescere, ha avuto il dubbio di aver dentro qualcosa di sbagliato, qualcosa che gli impedisce di fidarsi di se stesso. Fino a qualche mese prima, se aveva fame, mangiava, e la fame passava; se aveva sete, sonno, freddo, sapeva riconoscere i segnali del corpo, e superava il disagio. Di recente, invece, con l’aumento dell’intelligenza, si è accorto che il corpo non sempre ubbidisce, non sempre chiede qualcosa di lecito, non sempre è affidabile. La mente diventa ogni giorno più lucida, il corpo ogni giorno più ribelle.

Il bimbo non capisce il motivo, ma se ne rende conto, e teme che gli adulti se ne accorgano. Impara a dire le bugie, ma non basta, non recupera la serenità.pinocchio Il corpo cresce, aumenta le esigenze, e cerca di ribellarsi alla mente. Per questo, il piccolo, che è giovane, ma è anche intelligente, inventa un modo per capire cosa pensino di lui gli adulti: sentendosi sbagliato nelle possibilità di controllo, finge di perdere il controllo, e chiede di essere accontentato su richieste che sa che non verranno accettate. Queste richieste sono inventate, e non sono esigenze reali ma, per il bambino, rappresentano quegli strappi che, ogni tanto, gli sfuggono dal controllo. Il capriccio è questo: far finta di perdere il controllo, e vedere come si comportano i grandi con un bambino che ha qualcosa che non va.

Se il sistema adottato funziona troppo bene, il capriccio evolve in crisi isterica nell’adulto, ma è abbastanza raro. Di solito, crescendo, il bambino impara che, se nasconde agli altri il suo problema, allora gli altri non se ne accorgono, e impara a seppellire dentro di sé l’angoscia del timore di essere sbagliato, di avere qualcosa che non funziona.

Ciascuno trova un sistema diverso, personale, per mascherare la propria insicurezza, tanto che ciascuno è convinto che gli altri non abbiano quel problema, dimenticando che anche gli altri non si accorgono che lui si senta tanto insicuro dentro, attenti come sono a custodire il loro segreto.

C’è chi impara che la miglior difesa è l’attacco, chi preferisce il mimetismo, chi sviluppa arti e mestieri che gli permettano di nascondere le insicurezze sotto attività professionali.

Gli psicologi e gli psichiatri, che di solito sentono più di tutti queste profonde insicurezze (Freud ha inventato il sofà dell’analista perché non sopportava lo sguardo del cliente!), hanno modo di accorgersi che anche altri hanno problemi di insicurezza, e, se non si nascondono troppo dietro corazze della professione, hanno motivo per mettersi in crisi e affrontare, in psicoterapia da un collega, le loro insicurezze: ma sappiamo che anche Freud, quando ne ha avuto la possibilità con il suo amico Jung, ha rifiutato.

Di fatto, non è indispensabile la psicoterapia, ma serve il confronto, con una persona amica. Ma c’è un solo modo per evitare di risolvere l’insicurezza: essere sicuri di non poterla risolvere.

Pubblicato da

Alessandro Zucchelli

vedi www.sanzuc.it

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